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LE TORRI E LE ANTICHE PORTE
Le origini di Altavilla Silentina risalgono al tardo Medioevo. Il primo insediamento urbano sorse ai piedi della collina, nella località di San Lorenzo. Tuttavia, le continue incursioni di Saraceni e Berberi, unite alla diffusione della malaria, costrinsero la popolazione ad abbandonare quell’area per rifugiarsi in un luogo più sicuro: la cosiddetta “Collina degli Ulivi”.
Qui iniziò a formarsi il nucleo dell’attuale centro storico.
Sul finire dell’XI secolo, in pieno medioevo, con l’arrivo dei Normanni, il borgo si trasformò in una vera struttura fortificata. La tradizione attribuisce lo sviluppo del paese a Roberto d’Altavilla, detto il Guiscardo, figlio di Tancredi di Altavilla, che insieme al fratello Ruggero, conquisterà poi l’intero sud Italia! Fino al 1500, si poteva entrare nel cuore del paese solo attraverso tre varchi strategici: Porta di Suso, presidiata giorno e notte dai “barricelli” di guardia, Porta Carina e Porta San Biagio. Solo più tardi fu aggiunta Portanova a ovest. Le case perimetrali non erano semplici abitazioni: con le loro spesse mura e le piccole finestre poste in alto, fungevano da ulteriore cortina difensiva contro i forestieri malintenzionati. Il borgo crebbe “a chiocciola”, con anelli concentrici di case che seguivano la forma del terreno, creando un labirinto di “strettole” progettate per confondere l’invasore.
Dal punto in cui ci troviamo, è possibile vedere, porta di Suso, con le sue due torri, il corpo di guardia, un tratto delle antiche mura e, sulle nostre teste, il castello.
La roccia su cui poggia Altavilla è l’arenaria locale. Sebbene grezza, permise ai cittadini di scavare nuovi siti e profilare vie come la storica Via Soprana. Lo sviluppo del borgo è indissolubilmente legato alle sue chiese: l’abbazia di Sant’Egidio, quasi nascosta tra le case, e l’antica San Nicola, eretta dai monaci basiliani.
Nel 1862, per distinguere questo luogo dalle altre Altavilla d’Italia, fu scelto l’attributo “Silentina”. Un nome che deriva dalla sua posizione geografica tra i fiumi Sele e Alento. Oggi, passeggiando tra i resti delle fortificazioni e le antiche porte, non state solo visitando un borgo, ma state attraversando mille anni di resistenza, fede e ingegno architettonico
IL MIRACOLO DI SANT’ANTONIO
In questi luoghi è avvenuto uno dei prodigi più celebri mai successi ad Altavilla Silentina. Siamo nel 1799, un anno di fuoco. L’eco della Rivoluzione Francese è giunto fin qui: in piazza si balla attorno all’Albero della Libertà e si celebrano persino matrimoni repubblicani. Ma l’esercito sanfedista, fedele ai Borbone, non intende tollerare questa sfida.
Da Eboli marcia un comandante spietato, noto per la sua ferocia: V.C., un uomo che ama veder soffrire i propri simili. Convinto di fiaccare l’ardire degli altavillesi, si avvicina con un cannone da campagna, pronto a radere al suolo il paese.
La difesa è eroica e disperata: si suona la campana a stormo, le donne brandiscono scuri e spiedi, si fondono persino le canne dell’organo di Santa Sofia per farne proiettili. Ma il nemico non cede. È allora che gli altavillesi si rivolgono al loro difensore più potente: Sant’Antonio da Padova.
In un gesto di fede ingenua e guerriera, la popolazione preleva la statua del Santo e la porta in Largo Castello. Lo vestono come un soldato: una sciabola a tracolla, la giberna, un fucile e in testa il “cappello a due punte”.
Il comandante nemico, vedendo la statua, scoppia in una risata sgangherata e beffarda. Grida con disprezzo:
«Lo salterò in aria questo struppone furmiculusu!»
Ma non appena dà fuoco alla miccia, accade l’incredibile: il cannone non spara, ma esplode violentemente. L’arma si schianta in tredici pezzi, incendiando tutta la polvere da sparo e gettando i sanfedisti nel terrore.
Mentre il comandante fugge bestemmiando, travolto dallo scompiglio, gli altavillesi gridano al miracolo. Quei tredici frammenti, testimoni del prodigio, vennero raccolti e appesi accanto alla nicchia del Santo, dove ancora oggi ricordano a chiunque passi che ad Altavilla, la fede, non si è mai arresa.
Ogni anno, nei giorni dedicati al Santo, si mette in scena una rievocazione storica per ricordare l’evento prodigioso.
(Tratto da Cenni storici su Altavilla Silentina, Baroni Alessandro ed Antonio Ferrara, 1898)
I CANTI DEL MASSARO
Accadeva sovente nella piazza Castello di qualche decennio fa, nella uggiosità delle serate invernali o ai dolci tepori dei vesperi estivi, intrattenersi a chiacchierare con Angelo Gargano, conosciuto in paese come “u massaro”.
L’intrattenimento risultava particolarmente piacevole e di grande interesse, quando il “massaro”, trovandosi nella inebriante compagnia di Dioniso, dava la stura al repertorio dei suoi arguti aforismi e delle sue famose canzoni vernacolari, di cui a pieno titolo può considerarsi l’ultimo menestrello altavillese.
Il “massaro” era una figura molto singolare, che per la mordacità delle colorite espressioni, la franchezza di certi suoi commenti, la imprevedibilità degli atteggiamenti avrebbe certamente fatto la gioia di uno scrittore di “comoediae” atellane o di un autore della letteratura picaresca del Cinquecento spagnolo.
Possedeva il “massaro” una completa conoscenza delle canzoni e pretendeva che tale conoscenza non gli venisse contestata; chi scrive, infatti, ricorda la sua irritazione, se taluno, con bonario motteggio, insinuasse talvolta che altri in paese, di canzoni, ne conoscesse di più e di più belle.
Le canzoni, definite anche canti di sfida (forse perché quale riferimento storico avessero i certami poetici svolgentisi nell’antica Grecia o, più verosimilmente, perché si svolgessero nella maggior parte dei casi in chiave critica nei riguardi dei vari destinatari: la società, un rivale in amore, una donna ritrosa, ecc.) presentano una tale ricchezza di temi, un vigore espressivo, una tale attualità che è sembrato opportuno raccoglierli in un volume e nel contempo realizzare un percorso tematico.
Di seguito uno dei canti:
Vuie site ricca ed io so ricco pure
Site regina ed io so re galante,
site la luna cu li stelle ‘ntuorn
io so’ lu sole ca ve passa annante;
site piatto cu lu filo ardente
io so’ bicchiere d’oro, ‘u cchiu’ galante;
site giardino d’amore e lo so’ la menta
site rosa schiuppata ed io la chianta.
Per scoprire gli altri canti, vi invitiamo a seguire il percorso dedicato al massaro all’interno del centro storico.
Testo di Alessandro BELMONTE (tratto da “I canti ru “Massaro” – raccolta di canti vernacolari altavillesi – Pro Loco, dicembre 1994)




